Giovanni Ferrarese, Il caporalato. Una storia, Roma, Carocci, 2025
di Alessandro Agosta
Uno dei compiti prioritari delle scienze storiche è l’approfondimento analitico e retrospettivo di questioni spinose che tengono banco nel dibattito pubblico attuale, restituendo una solida contestualizzazione storica a problemi che frequentemente vengono schiacciati e assimilati al solo presente. È da queste premesse che parte lo studio di Giovanni Ferrarese sul caporalato in Italia, edito recentemente da Carocci.
Ciclicamente, in corrispondenza di eventi che hanno assunto connotati tragici, la questione del caporalato viene trattata dai media, in modo estemporaneo e spesso con toni sensazionalistici che non consentono di cogliere la profondità e la storicità del problema. Il lavoro di Ferrarese si apre infatti con un riferimento al drammatico caso di Satnam Singh, bracciante indiano impegnato nei campi dell’agro pontino, abbandonato dal proprio datore di lavoro, in condizioni disperate, davanti la sua abitazione in seguito a un tragico incidente sul lavoro. Una vicenda simile si è consumata poche settimane fa a Salerno, davanti al cui ospedale cittadino è stato abbandonato Paul Neeraj, altro bracciante indiano, probabilmente impegnato nelle aziende della piana del Sele, che presentava un avanzato stato di cancrena alle gambe, dovuto all’esposizione a prodotti agrochimici impiegati nei campi. Una vicenda meno nota, ma altrettanto drammatica, è avvenuta lo scorso ottobre, lungo una statale nei pressi di Scanzano Jonico, in Basilicata. A seguito di un incidente stradale in cui è stato coinvolto un pullmino omologato per sette passeggeri, ma su cui ne viaggiavano dieci, sono deceduti quattro braccianti agricoli di nazionalità indiana.
La frequenza con cui avvengono episodi di questo genere, il cui minimo comune denominatore è la condizione di sfruttamento praticata nelle campagne italiane, indica come il caporalato non sia un fenomeno eccezionale, ma abbia assunto un carattere strutturale nel mercato del lavoro, radicandosi nei meccanismi di reclutamento della manodopera.
Il primo merito dello studio di Ferrarese è riscontrabile nella capacità dell’autore di restituire a questo fenomeno una profondità storica di lungo periodo, e di mostrare le dinamiche evolutive di intermediazione illecita nei mercati del lavoro nelle varie aree geografiche del paese, dal Mezzogiorno all’Italia settentrionale. Ferrarese riesce a dimostrare il legame strutturale del fenomeno con la storica dimensione stagionale e mobile del lavoro agricolo in Italia, intrecciando e armonizzando i filoni di studio sui sistemi agrari regionali, sulle migrazioni interne e sulle condizioni ambientali dei territori. Ricostruendo i principali circuiti di mobilità stagionale dell’agricoltura italiana del primo Novecento, l’autore motiva la funzione storica esercitata dai caporali, che, pur assumendo varie denominazioni a seconda dei contesti regionali in cui operavano, svolgevano il fondamentale compito di raccordare la domanda e l’offerta di lavoro ed accorciare le distanze tra i luoghi di residenza della manodopera e quelli di più intenso lavoro agricolo. Il fenomeno assumeva un carattere di necessità al funzionamento del mercato del lavoro, a causa della dell’operato tempestivo del caporale nel favorire l’incontro tra domanda e offerta, in forma spesso suppletiva alle lacune o alle lungaggini burocratiche proprie dei canali istituzionali di reclutamento. Ferrarese enumera le difficoltà incontrate dalle istituzioni, dall’età liberale alla fase repubblicana, nel collocamento del segmento più debole e vulnerabile del lavoro agricolo, quello bracciantile, contraddistinto da tratti di fluidità e frammentazione.
Il nodo cruciale del caporalato, dunque, almeno fino agli Settanta, è stato rappresentato dalla questione del collocamento della manodopera, la cui gestione è stata oggetto di conflitti e negoziazioni tra caporali, istituzioni e organizzazioni sindacali, che con la loro forza organizzativa rivendicarono per sé un controllo «di classe» del reclutamento dei lavoratori. L’autore registra e segnala, invece, un certo ritardo e alcune ambiguità dei principali partiti di massa sulla questione. Un altro merito fondamentale dell’autore sta nella capacità di sottrarre il fenomeno a una sua connotazione univoca, ancora molto radicata. Senza alcun giustificazionismo, Ferrarese mostra come storicamente il caporalato non sia stato solo una forma violenta e illegale di sfruttamento del lavoro, ma il risultato ultimo di consuetudini socio-culturali radicate nel mondo contadino, di sistemi di potere locale. All’interno di ingarbugliate reti sociali informali, il caporale non era sempre percepito come figura negativa, molti di essi erano stati infatti capi delle leghe bracciantili nella stagione dell’occupazione delle terre del dopoguerra, figure carismatiche in grado di cementare i lavoratori e di porsi quali intermediari alla pari con la parte datoriale.
Nel percorso storico in cui il ruolo del caporale è stato soggetto a continui mutamenti e riadattamenti di compiti e funzioni, Ferrarese individua negli anni Sessanta/Settanta uno snodo dirimente. Nel periodo in cui la manodopera agricola assunse due connotati fondamenti: la femminilizzazione e la meridionalizzazione, il caporale evolve da semplice intermediario a trasportatore dei lavoratori. Viene giustamente dedicato molto spazio alla cosiddetta «californizzazione» delle piane meridionali, un processo ampiamente studiato da Enrico Pugliese, che investì alcuni poli agricoli litoranei del Mezzogiorno che stavano vivevano la compresenza di un’elevata concentrazione di sviluppo tecnologico e di una persistente arretratezza nei rapporti sociali di produzione. A seguito dell’impianto di colture intensive ad alto rendimento, nella «polpa» del Mezzogiorno la richiesta di manodopera nei periodi di raccolta era divenuta sempre più elevata. Il cosiddetto caporale «pullmanista», servendosi delle arterie a scorrimento veloce recentemente realizzate, che dimezzavano i tempi di percorrenza tra i bacini di reclutamento della manodopera e i luoghi di lavoro, caricavano lavoratori e soprattutto lavoratrici dai paesi dell’entroterra meridionale per trasportarle ogni giorno nelle aziende di pianura. Soltanto la sequela di incidenti tragici in cui erano coinvolti braccianti movimentati dai caporali, da quello di Olevano sul Tusciano del 1963 a quello di Ceglie Messapica del 1980, fu in grado di accendere i riflettori sul fenomeno e di accelerare l’iter di approvazione di provvedimenti di contrasto. In quest’ambito, Ferrarese ci mostra alcune interessanti pratiche di sperimentazione di servizi di trasporto pubblico rurale promosse in alcune regioni meridionali grazie all’azione congiunta di sindacati ed enti regionali per sottrarre la manodopera all’influenza dei pullmanisti.
Prima di arrivare all’altra tappa fondamentale del processo evolutivo del fenomeno, l’internazionalizzazione della manodopera bracciantile, l’autore conduce due interessantissime incursioni sulla torsione criminale del fenomeno in alcuni contesti negli anni Ottanta, quando le organizzazioni mafiose integrarono il caporalato in un business malavitoso più ampio nel comparto agroindustriale, e sui drammatici casi di violenza di genere cui erano soggette le lavoratrici nelle campagne, affiorati molto tardivamente, soltanto alla fine degli anni Novanta. Con l’avvicendamento etnico dei lavoratori delle campagne, che ha visto nell’agro casertano del pomodoro il principale hub del nuovo sistema migratorio interno, Ferrarese conclude la ricostruzione del caporalato in ambito agricolo, facendo un riferimento finale alla tragica morte della bracciante pugliese Paola Clemente avvenuta nel 2015, la cui risonanza ha portato le istituzioni ad emanare l’anno successivo la legge n. 199 in materia di contrasto al fenomeno.
Il lavoro di Ferrarese assume un valore ancora più importante poiché l’autore riesce a scardinare l’erronea identificazione del fenomeno del caporalato al solo settore agricolo, mostrando una vasta tipologia di attività produttive in cui erano praticate forme di intermediazione illecita. Il cosiddetto «racket delle braccia», pratica molto diffusa nel reclutamento della manodopera nel settore edilizio nelle città del Centro-Nord degli anni del miracolo economico, o la «tragedia» dei picchettini impiegati nei cantieri navali, rappresentano casi esemplificativi e dimostrano, altresì, come il caporalato sia intimamente legato alla complessa e variegata storia delle mobilità nel nostro paese.
Lo studio affronta nodi ancora molto attuali nel dibattito pubblico relativi alle diffuse storture che presenta il mercato del lavoro in Italia, come le lunghe catene di appalti e subappalti, l’esternalizzazione di segmenti del lavoro a cooperative fittizie, sino al richiamo finale al caporalato digitale.
Recenti inchieste condotte dalla Procura della Repubblica di Milano hanno destato molto clamore, poiché alcuni colossi del food delivery come Uber Eats, Glovo e Deliveroo sono state sottoposte a controllo giudiziario, proprio con l’accusa di caporalato, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro di migliaia di rider impegnati nel settore delle consegne a domicilio in tutt’Italia.
Queste ultime vicende denunciano la cocente attualità di una questione, il caporalato, tutt’altro che consegnata al solo passato e quindi alla storia, e quindi continuano a interrogarci sulla capacità di costante riadattamento del fenomeno in diverse fasi storiche, a conferma di quanto detto da Ferrarese.
Attraverso un grande lavoro di scavo archivistico e l’incrocio di letteratura grigia, fonti sindacali e l’apprezzato ricorso alla storia orale, con la raccolta di interviste a braccianti soggette al caporalato, il lavoro di Giovanni Ferrarese colma una grande vuoto storiografico, configurandosi come prezioso strumento conoscitivo rivolto non solo alla ristretta platea degli studiosi, ma all’intero dibattito pubblico.
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