Federico del Giudice e Ilaria Pavan, Indesiderabili. Politiche e pratiche di selezione e criminalizzazione dei migranti, il Mulino, 2025
di Stefano Gallo
L’opera curata da Federico Del Giudice e Ilaria Pavan si apre richiamando un’immagine di stringente e brutale attualità: la fotografia, diffusa dalla Casa Bianca il 24 gennaio 2025, di nove individui in catene che salgono su un aereo militare. Questo scatto, simbolo dell’inizio del secondo mandato di Donald Trump, dialoga idealmente con le recenti tensioni europee sull’applicazione del Protocollo Italia-Albania del 2023.
Il merito scientifico del volume risiede nel sottrarre la categoria dell’«indesiderabile» e le pratiche di espulsione alla cronaca dell’emergenza, per restituirle alla loro dimensione di processo storico di lungo periodo. Vengono qui messe in dialogo ricerche storiche su ambiti di interesse – e con portati disciplinari – di diverso tipo: il diritto, la criminalità, la medicina, la sicurezza sociale, l’istruzione. Tutte le prospettive, tuttavia, convergono intorno a uno stesso fondamentale campo di analisi: lo Stato e le sue scelte. Il migrante viene quindi considerato come un «oggetto di azione pubblica», una figura costruita e stratificata durante i processi di State, Nation ed Empire building tra Otto e Novecento. Attraverso uno sguardo diacronico e interdisciplinare, il volume dimostra come la selezione del migrante non rappresenti una “periferia del diritto” o un evento marginale nei processi di formazione degli spazi di azione pubblica, ma sia invece un centro motore attraverso cui lo Stato moderno organizza e gerarchizza, definendo per via negativa l’identità del corpo politico nazionale.
La densa e stimolante introduzione a firma dei curatori mette a fuoco, in maniera estremamente chiara e puntuale, la rete di problemi che il tema porta con sé, illustrando ciò che il volume contiene e tratteggiando anche ciò che inevitabilmente non c’è. Più che un semplice riassunto dei saggi contenuti nel libro, viene proposto un piano di lavoro per chi volesse ulteriormente scavare in un campo di ricerca fondamentale per la comprensione della contemporaneità. Il primo saggio, a firma di Michele Pifferi, definisce il presupposto giuridico che consente la possibilità di operare selezioni ed espulsioni di migranti indesiderati: l’eccezionalità del diritto delle migrazioni. Tale disciplina si situa in una «zona di frontiera» giuridica, sospesa tra la pienezza della cittadinanza e la sua totale assenza, là dove il fulcro di questa specialità risiede nel processo di “amministrativizzazione”: lo spostamento della materia migratoria dalla giurisdizione civile e penale alla discrezionalità del potere esecutivo. In ambito statunitense, ad esempio, dove prima e più compiutamente è stato tracciato il perimetro della disciplina, tale deriva ha trovato la sua massima espressione nella «finzione dell’ingresso» (entry fiction). Attraverso questo meccanismo, lo straniero fisicamente presente sul suolo nazionale veniva giuridicamente considerato “non ancora entrato”, eludendo così le garanzie costituzionali previste. La sospensione del due process of law ha permesso di sottrarre al controllo giudiziario dei provvedimenti restrittivi della libertà, trasformandoli in semplici “atti amministrativi”. Pifferi identifica quattro costanti storiche in questo paradigma, riscontrabili in altre aree geografiche e in diversi periodi: la limitazione delle garanzie costituzionali, con la violazione formale dell’habeas corpus per soggetti privi di cittadinanza; la presenza di pregiudizi razziali, attraverso l’utilizzo di criteri etno-antropologici come asse portante delle politiche di ingresso; l’amministrativizzazione delle procedure, con la prevalenza della discrezionalità di organi di polizia o prefettizi; la criminalizzazione della mobilità (crimmigration), con l’utilizzo di prassi e linguaggi penali per sanzionare condotte di mera irregolarità burocratica.
Il saggio di Diego Galeano prova a mettere in tensione queste ipotesi di lavoro, attraverso il caso delle “bande” transnazionali di falsari nel Brasile repubblicano. Qui il concetto di criminalizzazione dell’immigrazione viene letto attraverso la costruzione di uno stigma intorno alla figura dello “straniero che falsifica banconote”, a cui avevano contribuito dalla fine dell’Ottocento sia la polizia che la stampa. Dal momento in cui la legge brasiliana permise nel 1907 l’espulsione degli stranieri rei di compromettere la tranquillità pubblica, l’inserimento dei falsari in questa ultima fattispecie fu ritenuto un atto dovuto. Tuttavia, almeno in una prima fase, la “amministrativizzazione” del loro trattamento non riuscì. L’analisi delle carte processuali permette a Galeano di dimostrare come le strategie difensive degli immigrati puntassero a smontare la figura dello straniero “pernicioso” che attenta al benessere della collettività, per inserire pienamente l’accusato in una trama di relazioni sociali e di attività economiche legittime. La posta in gioco era la valenza simbolica del diritto: prima ancora di accertare un reato, erano messe in discussione le linee di demarcazione identitaria tra “noi” e “loro”, che avrebbero creato una circolarità della paura atta a trasformare la mobilità in una presunzione di pericolosità.
Un tentativo per superare i limiti dell’azione del diritto comune per quel che riguardava gli stranieri venne svolto attraverso la creazione di luoghi di coordinamento internazionale. È il caso ad esempio dell’estradizione, affrontata da Philippe Rygiel, e dell’assistenza agli stranieri indigenti dopo la crisi del ‘29, affrontata da Federico Del Giudice. Proprio la differenza tra i due ambiti aiuta a mettere a fuoco alcune questioni interessanti.
Nel primo caso si trattava di stabilire i comportamenti delle pubbliche autorità nei confronti di persone straniere che non avevano compiuto crimini sul territorio, ma di cui una potenza estera chiedeva la consegna per reati commessi in precedenza. La regolazione di questi casi divenne un tema estremamente dibattuto nei circoli giuristi internazionali dall’ultimo quarto dell’Ottocento, diventando un vero e proprio terreno di confronto sistematico nel sistema delle relazioni diplomatiche globali. La lotta contro l’anarchismo portò gli Stati europei a trattare i sovversivi non come esuli politici, ma come nemici della civiltà: la cooperazione reticolare tra polizie anticipò le moderne logiche di controllo, portando spesso a “estradizioni mascherate” attuate tramite l’espulsione amministrativa, che aggiravano le tutele del diritto internazionale. Il successo di tali iniziative era dovuto al fatto che all’indesiderabile per il Paese di immigrazione corrispondeva un criminale per il Paese di emigrazione: in altre parole, i voleri degli stati poterono convergere nell'incarcerazione domestica dell’emigrante “pericoloso”.
Meno fortuna ebbe invece la discussione internazionale che si svolse negli anni Trenta intorno all’indigente straniero. Federico Del Giudice fa emergere dagli archivi della Società delle Nazioni un dibattito estremamente interessante e combattuto, avviato negli anni della crisi economica, che aveva visto naufragare ogni ipotesi di accordo internazionale sulle modalità di espulsione di coloro che non riuscivano più a vivere del proprio lavoro. Lo status di “lavoratore” aveva storicamente definito la linea tra accoglienza e rifiuto, e il migrante era stato considerato desiderabile poiché funzionale alle esigenze economiche e produttive. Molti trattati bilaterali del primo dopoguerra avevano quindi consolidato i sistemi migratori provando a estendere i diritti di cui godeva la manodopera migrante. Tuttavia, una volta affermatasi la “disoccupazione” come fenomeno strutturale, l’indigenza poteva divenire una causa legittima di espulsione, come emerse nel dibattito della Società delle Nazioni negli anni Trenta. All’indesiderabile per il Paese di immigrazione non corrispose però un interesse da parte dei Paesi di emigrazione nel favorire le procedure di rimpatrio: in questo caso lo scontro tra sovranità divergenti rimase senza soluzione.
Un altro fondamentale ambito di definizione dell’indesiderabilità è quello sanitario. Tra il XIX e il XX secolo, la medicina e la psichiatria (analizzate nei saggi di Mauro Capocci e Daniele Cozzoli per quel che riguarda le malattie infettive, in quello di Francesco Rotondo per gli aspetti mentali) hanno fornito la legittimazione tecnica per la selezione e la moltiplicazione degli istituti di cura dei migranti. Lo screening sanitario non è stato solo un presidio di profilassi contro la diffusione di patologie, ma una forma di selezione biodemografica volta a garantire la qualità del corpo sociale della nazione. In questo quadro, il positivismo biologico e la criminologia lombrosiana hanno giocato un ruolo cruciale, sovrapponendo la “devianza” alla “malattia”. In Argentina, ad esempio, il binomio tra alienazione mentale e mobilità servì a classificare gli italiani come soggetti inclini ai «delitti di sangue» e all’anarchismo, trasformando lo screening psichiatrico in uno strumento di difesa sociale contro il “sovversivo” straniero. Il medico, affiancandosi alla guardia di frontiera, è diventato una delle figure più presenti nelle procedure di controllo e selezione, alla partenza, all’arrivo, ma anche nel corso delle traversate oceaniche: sia per quel che riguarda la psichiatria che per la medicina dei corpi, l’attenzione della sanità pubblica si estese nei paesi di arrivo e in quelli di ritorno. La medicina diventa così un osservatorio fondamentale per leggere i processi di migrazione, anche nella loro dimensione coloniale: qui, come illustrato da Capocci e Cozzoli, avvenne una sovrapposizione di grande interesse tra medicina dell’emigrazione e medicina coloniale, esplicita in alcune biografie professionali.
Un tema innovativo è proposto infine nel saggio di Federico Creatini, in cui viene analizzata la discussione negli anni ‘80 del Novecento sul nesso tra migranti e HIV: la paura della diffusione della malattia fu cavalcata dall’estrema destra europea per stigmatizzare ulteriormente l’immigrazione dall’Africa. Le autorità governative di alcuni Paesi europei misero allora in atto strategie per disinnescare la costruzione dello stigma. La contesa sulla desiderabilità è evidente anche nel saggio di Simona Berhe, sulla presenza di studenti stranieri nel sistema universitario italiano. Se un tratto peculiare del colonialismo italiano fu, a differenza di altre potenze europee che formavano in patria le future élite decolonizzate, la quasi totale preclusione dell’accesso universitario ai sudditi delle colonie (Eritrea, Somalia, Libia, Etiopia), nel secondo dopoguerra, l’Italia promosse un approccio più aperto e assistenziale, sostenuto da borse di studio e collegi. Tuttavia, verso la fine degli anni Sessanta, l’opinione pubblica e accademica mutò: gli studenti stranieri iniziarono a essere percepiti come improduttivi e poco diligenti. Anche in questo ambito, l’amministrativizzazione delle procedure di regolamento della vita degli studenti stranieri consentì il sacrificio delle garanzie legislative a favore della discrezionalità burocratica. Il Ministero dell’interno divenne il principale regolatore, sovrapponendo la figura dello studente a quella del potenziale sovversivo, specialmente per i non borsisti, considerati più vulnerabili e meno controllabili dalle ambasciate. Le questure monitoravano attentamente i gruppi nazionali più attivi politicamente, come iraniani, eritrei e palestinesi, utilizzando spesso la minaccia di espulsione come strumento di pressione.
Sulla base della lettura dei saggi che compongono il volume, una storia degli “indesiderabili” si conferma essere non una branca ancillare della storia delle migrazioni, ma un osservatorio privilegiato sui processi di gerarchizzazione delle società contemporanee. Riprendendo la celebre citazione di Montale cara ai curatori, le politiche migratorie sono lo strumento con cui lo Stato-nazione definisce «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo». La selezione del migrante – operata su basi mediche, economiche o politiche – riflette la “società ideale” che ogni corpo politico proietta su se stesso. L’eccezionalità persistente del diritto migratorio, con la sua tendenza a eludere le garanzie costituzionali in nome della sicurezza o del benessere, rappresenta una sfida strutturale e permanente allo Stato di diritto. Studiare l’indesiderabile significa, dunque, indagare la fragilità delle nostre libertà universali attraverso lo specchio deformante della gestione dello straniero, definito a priori dai sistemi giuridici come un “fuorilegge”.
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