Enrico Gargiulo, Contro l’integrazione. Ripensare la mobilità, Collana “Sociologia di posizione”, Meltemi, 2024
di Valeria Verdolini
Il saggio di Enrico Gargiulo ha come obiettivo esplicito e dichiarato decostruire (a oltre 30 anni dalla loro prima applicazione nel contesto italiano) le retoriche sull’“integrazione”. Il lavoro arriva in continuità con i precedenti lavori del sociologo (in particolare Gargiulo 2018, 2019, 2024) e vuole smontare la finta pretesa di neutralità dei processi di integrazione sia dal punto di vista del concetto che del dispositivo che attiva, con un linguaggio accessibile e con un testo agile, seppur denso di contenuti. In un lessico politico e giuridico che ha trasformato l’inclusione in un imperativo morale, Gargiulo compie l’operazione opposta: mostra come “integrazione” non sia un obiettivo emancipativo, ma una tecnologia di governo molto efficace e deputata a creare gerarchie nelle popolazioni. Anticipando subito alcune delle principali conclusioni, il testo parte dal concetto per allargare lo sguardo: criticare l’integrazione significa decostruire un modo di pensare lo Stato e la mobilità, perché come sempre nelle dinamiche di gestione dell’alterità, ragionare sull’integrazione significa vedere in controluce il “pensiero di Stato”, ossia l’apparato di categorie che presuppone la sedentarietà, che naturalizza il dispositivo del confine, che definisce cosa significhi cittadinanza, appartenenza, nazione, stato.
Il libro parte da una genealogia sociologica del termine: da Comte e Durkheim fino al suo uso contemporaneo, “integrazione” è sempre stata sinonimo di normalizzazione. Se la sua origine racconta l’uso del concetto per garantire la coesione dell’organismo sociale, la parola nel Novecento è diventata, in concreto, lo strumento perfetto per depoliticizzare il conflitto nelle sue molteplici forme. Nello specifico, il passaggio dal conflitto di classe allo scontro tra culture segna, secondo Gargiulo, la trasfigurazione del problema politico in problema identitario: nel tempo delle mobilità sociali, quel conflitto di classe che si incentrava sullo sfruttamento; oggi invece si immagina proprio nella diversità culturale la nuova forma di pericolo. In questa cornice, l’Italia appare un laboratorio avanzato di neutralizzazione della conflittualità: basti pensare ai Piani nazionali per l’integrazione, ai Regolamenti per la “convivenza civile”, la differenza viene disinnescata come mera questione di “educazione civica”. Gargiulo mostra come il linguaggio giuridico non descriva, ma produca i soggetti che nomina: “il migrante” perciò viene rappresentato nel suo simulacro normativo come figura da rieducare, sorvegliare, e soprattutto, rendere compatibile con il corpo nazionale.
Nel secondo capitolo si evidenzia come l’integrazione non sia un valore, e non afferisca semplicemente ad una sfera morale, ma come questo, di fatto, operi in quanto dispositivo di potere. L’analisi dei modelli nazionali di integrazione richiamati nel volume, in particolare il modello assimilazionista, quello pluralista, e infine quello differenziale, rivela la stessa radice sovrana, ossia la capacità dello Stato di decidere chi può appartenere e chi deve esserne escluso. Un passaggio fondamentale riguarda il ruolo sempre più centrale della c.d. “civic integration” europea. Tale modello basato su test linguistici, patti di soggiorno e contratti a punti, è letto da Gargiulo come la versione neoliberale di questa logica: l’inclusione diventa prestazione, il diritto di permanere sul territorio un dovere morale, la cittadinanza un esame da superare. In altre parole, la civic integration definisce la performatività della cittadinanza da acquisire, e le necessarie qualità in termini di capitale (economico, sociale, culturale) richieste al migrante per essere finalmente “parte” del nuovo Stato in cui si trova a vivere.
Gargiulo ripercorre i vari interventi compiuti nel contesto italiano: basti pensare alla Carta dei valori della cittadinanza e dell’integrazione del 2007 alla Legge 94/2009 del “Pacchetto Sicurezza” e all’Accordo di integrazione del 2012, emerge una traiettoria di pedagogia statale che misura la “meritevolezza” attraverso la conoscenza della lingua, della Costituzione e dei “valori italiani”. L’autore ricorda come il Regolamento del 2011, quello tristemente noto come il “permesso di soggiorno a punti”, traduca in termini amministrativi il giudizio morale: la perdita dei crediti equivale nei fatti all’espulsione.
Ma Gargiulo non si ferma al quadro normativo. Nella lunga ma scorrevole ricostruzione, l’autore evoca casi concreti, come quello dell’attivista romena Madalina Gavrilescu, espulsa nel 2019 per “mancata integrazione”: una formula che viene utilizzata soprattutto per punire la politicità e la conflittualità dell’attivista, mascherandola da pratica amministrativa. L’integrazione, qui, si mostra per ciò che è: un’arma amministrativa di depoliticizzazione del conflitto sociale.
Il terzo capitolo allarga il campo alla dimensione simbolica. “Appartenere”, scrive Gargiulo, non è un fatto naturale ma diventa l’esito di occupazioni e appropriazioni. Lo Stato e la cittadinanza moderna nascono dal possesso della terra e dall’esclusione di chi la abita senza titolo. Nella teoria dello Stato appare evidente come i confini, tanto giuridici quanto culturali, sono per loro natura ambigui e mutevoli: si spostano in base a criteri economici, razziali e di genere.
Per Gargiulo, l’appartenenza è perciò un campo di potere, non un sistema di valori condiviso. Proprio per questo il diritto di cittadinanza ne è parte integrante: istituisce la divisione tra chi conta e chi deve ancora “dimostrare di appartenere”, tra chi è incluso e da chi rimane separato dal corpo sociale e dall’accesso ai diritti.
Il quarto capitolo è quello più teorico e, insieme, più politico. De-naturalizzare le migrazioni significa, per Gargiulo, smettere di considerarle come un’anomalia e riconoscerle come fatto costitutivo della vita umana. Tuttavia, tale aspetto naturale viene trasformato dalle istituzioni che trasformano la mobilità in fatto giuridico, attraverso le forme di classificazione, di misurazione e di registrazione. Gli archivi, le anagrafi, i permessi, i censimenti non si limitano a fotografare la realtà: la producono e la gerarchizzano.
Il ragionamento converge sul contesto italiano, dove ogni forma di mobilità viene incasellata in categorie legali e morali: “cittadino”, “rifugiato”, “migrante economico”, “irregolare”. Questa tassonomia diventa necessaria proprio per procedere alle forme di esclusione e a legittimare, direttamente e indirettamente, le pratiche di sfruttamento. In tal senso, il paradigma complementare a quello dell’integrazione ossia quello securitario che opera attraverso il controllo e si esplicita negli spazi dei CPR, nei dettati normativi dei decreti sicurezza e nei meccanismi di soggiorno condizionato incarna il meccanismo statocentrico produttivo di questa subordinazione, che andrebbe scardinato o, dove possibile, abolito. Criticare l’integrazione è perciò un esercizio analitico sulla natura gerarchica del capitalismo e della sovranità statale, e propone una via per il suo superamento, a favore della mobilità, dell’agency dei soggetti in viaggio e di un vivere comune meno divisivo. Per Gargiulo rovesciare lo sguardo significa allora ridefinire la mobilità come pratica politica autonoma, e come possibile pratica della libertà.
Bibliografia
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di Erminia S. Rizzi
Il libro presenta i risultati di una ricerca sociale condotta dall’Università degli Studi di Milano nell’ambito del più ampio progetto MOBS Mobilities, solidarities and imaginaries across the borders: the mountain, the sea, the urban and the rural spaces of transit and encounters, coordinato da Enrico Fravega dell’Università di Genova. La ricerca indaga le condizioni degli uomini e delle donne straniere che lavorano in provincia di Ragusa nella coltivazione e nel confezionamento degli ortaggi, con particolare attenzione alle donne.
In Amara Terra viene descritto e raccontato il lavoro sul campo, condotto dalle tre autrici per due anni nella provincia di Ragusa in Sicilia, in quella che viene chiamata Fascia Costiera Trasformata e che Maria Nadotti, nella prefazione al libro, definisce «un paesaggio rurale solcato per chilometri e chilometri dal moto ondoso delle coperture in polietilene delle serre». Il focus sono le condizioni di vita e di lavoro tra vulnerabilità multiple, violenze, abusi e una condizione di sostanziale invisibilità.
Le autrici scelgono l’uso della doppia lingua, l’italiano e l’inglese che accompagnano la lettrice e il lettore attraverso una forma narrativa che spazia tra descrizione, narrazione e racconto di sé, alternando in modo solo apparentemente casuale testi, foto, testimonianze delle donne incontrate e stralci di interviste. Le donne incontrate e che si raccontano, sono donne differenti tra loro: per età, per Paese di provenienza, per situazione familiare e per condizione giuridica; dalle loro testimonianze emerge una situazione di totale isolamento e diritti negati.
Il libro si sviluppa in tre parti che rappresentano tre punti di osservazione: lo spazio pubblico, quello privato e quello della collettività. E quindi una disamina dello spazio legato alla terra e al lavoro, quello della vita quotidiana e degli spazi domestici, infine quello della solidarietà e delle pratiche di re-esistenza. Al contempo lo spazio della materialità, quello delle emozioni e infine del sogno.
Nelle prime due parti il filo conduttore è quello degli sfruttamenti multipli, del tempo e dello spazio violato e abusato, dei corpi ricattati e dei diritti negati, dei sogni persi. Testi, testimonianze, stralci di interviste (ad operatori e operatrici, mediatrici e mediatori, sindacati, attiviste e attivisti, etc) restituiscono impetuosamente la sofferenza dei corpi e della sfera emotiva, il lavoro sfruttato e sommerso, l’assenza di prospettive, la ricattabilità, la costruzione della vulnerabilità, l’impossibilità di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Dall’osservazione condotta e dai racconti emerge che sia i corpi che la vita privata, i desideri e le aspettative sono costantemente violati, umiliati, discriminati, sfruttati, ricattati e sempre più ricattabili. Lo spazio e il tempo dei braccianti e soprattutto delle braccianti sono sotto controllo, nella disponibilità di altri all’interno di un sistema produttivo destagionalizzato e di un sistema di sfruttamento reiterato, circolare.
Le foto che intervallano e sostengono – con discrezione e rispetto – descrizioni e testimonianze, restituiscono la difficile condizione abitativa tra magazzini per attrezzi, baracche, alloggi di fortuna, garage, bidoni di fitofarmaci, distese di plastica. Si intravedono le vite sospese, sotto padrone. E, inoltre, rendono plasticamente l’idea di uno spazio che sembra infinito ma che invece e si stringe intorno alle vite e ai sogni delle donne migranti, fino a soffocarle. Un territorio di per sé ferito dall’inquinamento e da un modello di produzione continua, intensiva, destagionalizzata.
In queste prime due parti emerge chiaramente la violenza del confine, un confine dilatato, invisibile eppure invalicabile: «I confini sembrano imprimersi visibilmente sui corpi: bianco/nero, uomo/donna, padrone/bracciante, lavoro/sfruttamento. L’oscura matassa della violenza rurale ci appare comporsi di forme di organizzazione del lavoro e del sistema produttivo che rievocano un passato lontano, eppure contemporaneo, condizioni di impiego sottopagato, ritmi di lavoro impossibili, ore e ore trascorse inginocchiate, piegate negli spazi delle serre, isolate in luoghi remoti che impediscono ogni contatto».
Le autrici ci ricordano che i movimenti sono una faccenda dei corpi e dei sentimenti e, dunque, riprendendo Maria Nadotti nella prefazione, «avvengono nel tempo e nello spazio, promettono, annunciano, coronano un sogno, liberano, mettono a soqquadro i territori d’arrivo e di partenza, costringono a ripensarli e a ridisegnarli come un terzo luogo ancora non dato». Le migrazioni hanno un impatto nei territori. Irrompono, lasciando un vuoto nel Paese di origine e occupano il Paese di arrivo ma, come emerge da Amara Terra, i luoghi osservati durante la ricerca sono di fatto impermeabili alle presenze e ai bisogni rappresentati. Il luogo di arrivo non è ancora dato è un eterno confine che non è stato, o non ancora, attraversato. Probabilmente anche per il paternalismo e il colonialismo che possono caratterizzare gli interventi istituzionali e del terzo settore.
La terza parte si concentra sulle pratiche di re-esistenza e le forme di solidarietà. A parere di chi scrive, questa parte appare monca nella visione e nell’approccio. La solidarietà, il racconto della solidarietà è affidato a suore, operatori e operatrici, mediatrici che «ce l’hanno fatta». C’è un elemento che resta inespresso, sullo sfondo, ed è quello della solidarietà tra le/i migranti, l’essere comunità e la possibilità di comparazione con le condizioni vita e dell’essere comunità che si ritrova, al di là delle condizioni di gravi sfruttamenti, in altri insediamenti informali come ad esempio quelli della Capitanata. Nel volume non emerge la presenza o la mancanza di solidarietà tra migranti e tra le donne migranti; non l’essere rete, comunità, casa, essere pratica di re-esistenza collettiva. È’ lo specifico contesto, la strutturazione dell’abitare, la distanza tra le abitazioni, l’assenza di una rete di trasporti anche informale e solidale, la frammentarietà che si estende e permea anche lo spazio sociale e la relazione tra le donne migranti? Sarebbe molto interessante riflettere su come anche il tipo di abitazioni seppur nella comune caratteristica della precarietà incide sull’esposizione a forme di violenza e sull’impedimento a essere comunità e quindi rete solidali.
Amara Terra ha punti di forza e punti di debolezza. Tra i punti di forza ci sono le diverse suggestioni e possibili tracce per una riflessione complessiva dello sfruttamento di filiera, della marginalità sociale come forma di controllo e dipendenza, soprattutto in riferimento alle donne migranti. C’è un punto nodale che emerge dalla prefazione e cioè l’interconnessione tra lo sfruttamento dei corpi razzializzati e lo sfruttamento della terra e dell’ambiente, della violazione dei tempi di vita e i tempi delle colture: «Vi si coltivano ortaggi che l’artificio della coltivazione in serra e la flessibilità di una manodopera priva di garanzie mettono a disposizione di un capriccioso mercato alimentare svincolato- a differenza di chi vi lavora- dal ritmo delle stagioni». Ma, a parere di chi scrive, manca un’ottica di genere come punto di osservazione e di analisi dell’intreccio perverso tra sfruttamento della vita e del lavoro. È necessario denunciare la non neutralità e la natura sessuata degli sfruttamenti multipli e del controllo delle vite, intesi come sfruttamento dei corpi e dei sentimenti e della sfera del desiderato, del sogno, delle aspettative. Siamo di fronte a sempre più raffinati strumenti di dominio e sfruttamento, per un controllo totale delle vite delle e dei migranti, soprattutto delle donne.
Le autrici ricordano che le migrazioni riguardano i corpi ma anche i sentimenti, sono collegate al tempo e allo spazio. È vero che promettono e liberano ma ingannano e se lasciano un vuoto nei Paesi di origine, non abitano i Paesi di arrivo. Un eterno transito, un confine che non si attraversa e che anzi si dilata ed è questa la scommessa e la sfida, riuscire a costringere a ripensare i luoghi che si riempiono ma non si abitano. Non ancora. Il mettersi in ascolto è un primo passo per una politica decoloniale.
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